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Stanley Kubrick - L'illustratore concettuale

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a cura di Giordano Rampazzi

IL SUO CINEMA

Stanley Kubrick, nato il 26 luglio 1928 nel quartiere newyorkese del Bronx da famiglia ebra con origini austriache, muore nel sonno il 7 marzo 1999, appena due giorni dopo aver inviato alla Warner Bros. una copia montata di “Eyes wide shut”, il film che conclude la sua carriera e che illumina ogni angolo buio nell’interpretazione dell’idea e della forma del suo cinema.
Kubrick, considerato uno dei maggiori cineasti di sempre, è noto per la sua autorialità ermetica e per la sua reputazione di uomo schivo, eccentrico e ossessivo. La sua insaziabile intelligenza lo spinge a cercare di valicare sempre e comunque i limiti, a spremere oltre ogni logica gli attori a disposizione, ripetendo se necessario la stessa scena anche per due settimane di seguito, impiegando in alcuni casi più di un anno per le riprese.
La grandezza del suo Cinema non è però solo nella cura maniacale dei dettagli. Kubrick è soprattutto un vero e proprio illustratore concettuale, che ha la capacità di trasformare in arte ciò che nel mondo non funziona. La sua capacità di reinventare sé stesso in ogni film passa oltretutto in secondo piano di fronte alle innovazioni che introduce nel mondo del cinema. Al Cinema, infatti, Stanley Kubrick consegna concetti come l’ambiguità e la natura autodistruttiva dell’uomo, dipinge colori, fotografie e atmosfere mai viste prima e introduce tecniche di montaggio e di ripresa all’avanguardia. Anche l’uso della musica nei film viene stravolto: da amante della musica classica, Kubrick la utilizza massicciamente e non più come semplice ornamento; la musica diviene infatti parte integrante della narrazione e dell’impulso intellettivo e filosofico presente in tutte le sue opere.
I suoi deliri audio-visivi sono sorretti solidamente da una incredibile indipendenza creativa, che disseziona gli attimi per parlare di Dio, dell’uomo e soprattutto della crisi della ragione del mondo occidentale. Kubrick capisce prima di altri quanto le immagini e il suono siano potenti ed è così esigente che preferisce riprendere personalmente ogni scena girata con la camera a mano. E’ interessato prima di tutto a fotografare i momenti chiave della crisi dell’identità e del controllo sulle azioni, è affascinato dai grandi fallimenti, dalla violenza, dalla follia. Ogni primo piano kubrickiano, anziché essere mezzo psicologico, è soprattutto volto a rivelare la duplicità, a far emergere dalle ‘maschere’ umane il grottesco, palesando la natura strumentale e rappresentativa dei protagonisti. Il processo è tanto più evidente nel momento in cui ci si sofferma a pensare al passato dei suoi personaggi: inesistente. Non c’è storia individuale, non c’è memoria né consapevolezza, sospesi nel vuoto senza spazio né tempo i personaggi kubrickiani vagano come vittime passive alla ricerca di una fuga che si rivela sempre e comunque inattuabile.
La natura shockante dei suoi film ha inoltre un’origine specifica: Kubrick parte da una tipologia classica e ben riconoscibile di genere cinematografico, ma finisce per giocarci, per intersecare l’uno all’altro, rendendoli spesso parodia e spiazzando lo spettatore, che trova inoltre minate le proprie certezze visive. Ogni immagine ha infatti una vita propria, è pura, liscia e rigida come un monolito. Visibile e visto entrano in conflitto, creando zone d’ombra che destabilizzano e calamitano chi assiste verso il buco nero di una vera esperienza cinematografica. Un’esperienza che, dopo Stanley Kubrick, acquisisce – realmente e umanamente – un senso differente, più completo e nuovo.


I SUOI FILM

Dopo aver trascorso gran parte della sue serate guardando vecchi film nella sala proiezioni del Museo d’Arte moderna di New York e aver studiato quattro anni all’accademia d’arte cinematografica, Stanley Kubrick gira – autoproducendolo – il cortometraggio “Day of the Fight”, un documentario sul pugile Walter Cartier. Dopo il discreto successo dei suoi primi corti, il giovane Stanley decide di abbandonare il lavoro da giornalista e dedicarsi al cinema a tempo pieno.
Il suo primo lungometraggio è il rarissimo “Paura e desiderio”, che risente fortemente della sua passione per la fotografia, iniziata ad appena 13 anni. Tra giochi di luce e ombre Kubrick prova a raccontare la condizione dell'uomo attraverso una favola antimilitaristica, giocando con il ricorrente tema del doppio e del sogno. Tuttavia si dice che il film sia stato ritirato dal mercato per volontà dello stesso regista, che non ha amato del tutto il risultato dei suoi primi sforzi.
Il suo primo vero film è infatti considerato “Il bacio dell’assassino”, film apparentemente noir che cerca di descrivere la confusione del vivere, attraversando la violenza, l’amore, personaggi esasperati e soli. Un racconto breve con al centro ancora una volta un pugile, una carriera fallimentare e a una profonda incapacità di scegliere.
Il 1956 Kubrick gira “Rapina a mano armata”, un film profondamente esistenzialista, che cerca di capire se il caso è realmente l’unico vero elemento incomprensibile delle nostre vite. Rielabora il gangster movie, azzera la suspense e non ottiene un buon successo commerciale, nonostante un budget di buon livello.
Orizzonti di gloria”, del 1957, è il film che consacra Kubrick agli occhi della critica. Il film, ambientato nella prima guerra mondiale e finanziato dall’attore Kirk Douglas, stupisce per la sua incredibile onestà intellettuale e visiva e per l’inedito utilizzo del carrello nelle trincee, che dona realismo alla scena senza intaccare l’eleganza stilistica di un film che cerca, prima di ogni altra cosa, il rapporto tra individuo, sguardo e spazio. A causa dell’incriminante rappresentazione degli ufficiali francesi, il film viene bandito in Francia fino al 1975.
Spartacus”, nelle mani del regista Anthony Mann, viene offerto da Douglas a Kubrick nel 1959. Il regista del Bronx trasforma la sceneggiatura e lo rende uno splendido film epico, incredibilmente spoglio dell’elemento ‘cattolicesimo’. Avendolo ereditato, però, Kubrick non può controllare il film in ogni singolo aspetto come suo solito. “Spartacus” resta comunque nella storia: quando esce è il film più costoso della storia del cinema e il successo di pubblico lo lancia alla conquista di quattro premi Oscar.
Il progetto successivo è il controverso e sconcertante “Lolita”, storia di un professore di mezza età che s’invaghisce della figlia dodicenne della sua affittuaria. Il film, tratto dal libro di Nabokov, che peraltro partecipa alla stesura della sceneggiatura, subisce molte imposizioni dal controllo-censura e Kubrick è costretto a rimontarlo per farlo uscire nelle sale. Diversamente dal romanzo, il film si concentra maggiormente sulla gente ma mantiene vivo il dualismo bene-male, lasciando intendere che non sempre bene e male assumono forme prevedibili.
Il 1964 è l’anno de “Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, film incredibilmente lungimirante, visto come sovversivo anche a causa della sua natura satirica e grottesca. Kubrick torna ancora una volta sulla guerra, ma lo fa da un punto di vista inedito e geniale, sorretto da un grandissimo Peter Sellers, pronto a ridicolizzare con le sue nevrosi la più razionale e meccanizzata organizzazione militaresca.
2001: Odissea nello spazio”, riconosciuto come un capolavoro assoluto della storia del cinema, vede la luce, dopo 4 anni di lavorazione, nel 1968 con una spesa di 10 milioni di dollari, 6 solo per gli effetti speciali. L’effetto è sconvolgente, Kubrick rivoluziona il concetto di film rendendo “2001” un film sull’inconoscibilità del futuro e la soggezione dell’Universo ma soprattutto un grandissimo poema epico e filosofico della ragione. Oltre ai moderni stili d’inquadratura, al montaggio incrociato, a un’illuminazione, a un’immaginazione insolito e a effetti speciali mai visti prima, a colpire è soprattutto il modo in cui Kubrick smonta il mito della Ragione come capacità esclusiva dell’uomo, sostanzialmente ridotto a semplice e inconsapevole burattino, nelle mani della natura violenta e caotica. Un film che è prima di tutto esperienza filosofica, che sfrutta la fantascienza per allenare ed educare lo sguardo dell’uomo a individuare le proprie leggi e a superarle. Il film, che ha spaccato critica e pubblico, ha ricevuto l’Oscar per i migliori effetti speciali e si ha la netta sensazione che l’artista sia avanti rispetto alla gente.
Arancia meccanica”, tratto dall'omonimo romanzo di Anthony Burgess, irrompe negli schermi mondiali nel 1972 e con il suo umorismo malizioso e macabro e la sua violenza palesata, si chiede se è possibile essere virtuosi e speranzosi in un mondo in cui l’uomo è capace del comportamento più distruttivo e sconcertante. Sempre alla ricerca del diabolico, Kubrick scherza con la musica e dichiara la sua visione decisamente lugubre sulla natura umana, indovinando una chiave di lettura tanto ironica quanto ‘insopportabile’.
Con “Barry Lyndon” il regista americano cambia genere e si dedica a un progetto ambizioso e impegnativo. Un film in costume di 3 ore basato su una storia del XVIII secolo è una sfida. Kubrick la vince grazie a magnifiche immagini a lume di candela, a una luce mai così naturale che ricorda le pitture dell’epoca e viene ricompensato con 4 premi Oscar.
Shining” è la dimostrazione di quanto Kubrick sia eclettico. Il film, tratto da un libro dello scrittore Stephen King, è il suo primo e unico film Horror. Grazie anche a uno strepitoso Jack Nicholson, “Shining” è un vero e proprio successo commerciale e una pietra miliare del genere.
Nel 1987 arriva “Full Metal Jacket”, un film sulla guerra prima che di guerra, così distante e puro dall’alto delle sue immagini sempre affascinanti e perfette. La guerra in questione è quella del Vietnam, ma Kubrick decide di soffermarsi anche sulla preparazione di un esercito, visto come sistema asettico. L’ambiguità umana e la meccanizzazione dell’individuo sono proposte all’interno di una sceneggiatura che raramente ha raggiunto una struttura così perfetta.
L’ultimo film è del 1999, anno della morte di Stanley Kubrick. “Eyes wide shut” affronta il tema dei pericoli e dell’impegno della vita coniugale, uno dei pochi ‘sogni’ della filmografia kubrickiana ad affiancare l’ottimismo al realismo pessimista. Relazioni e sessualità vengono illustrate attraverso un’avventura piena di fantasia e ambiguità, decapitando ogni desiderio e velleità su come l'uomo si vorrebbe vedere, smascherando la verità ma restituendogli la consolazione della coppia.
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