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Recensione: Vento di terra

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Vento di terra
titolo originale Vento di terra
nazione Italia
anno 2004
regia Vincenzo Marra
genere Drammatico
durata 90 min.
cast V. Pacilli (Vincenzo) • V. Modica (Antonietta) • G. Ribera (Marina) • F. Giuffrida (Luca) • E. Melone (Bruno) • F. Di Leva (Tarantino)
sceneggiatura V. Marra
fotografia M. Amura
montaggio L. Benedetti
media voti redazione
Vento di terra Trama del film
Enzo, diciottenne, vive con la famiglia a Napoli nel quartiere di Secondigliano. Dopo la morte del padre, il ragazzo tenta di dare una mano, ma si trova coinvolto in una serie di episodi drammatici...

Recensione “Vento di terra”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 7)
Vincenzo ha diciotto anni e vive nel quartiere napoletano di Secondigliano. In seguito alla morte del padre, il ragazzo si ritrova sulle spalle il carico della famiglia.
Abbandonata in tempo la facile scelta della delinquenza, la sua determinazione lo porta alla carriera militare; la stessa che tanti ragazzi poveri del Sud hanno percorso prima di lui.
Quando tutto sembra finalmente avviarsi ad un’esistenza quasi normale, quantomeno la sopravvivenza è garantita, Vincenzo scopre di avere un male incurabile, il danno irreparabile dell'uranio impoverito con il quale è venuto a contatto.
Dopo il felice esordio del 2001 con “Tornando a casa” (un film di pescatori, parlato in dialetto stretto, che provocò inevitabili paragoni con il Luchino Visconti di “La terra trema”), Vincenzo Marra torna al grande schermo con una disincantata ballata sull’impossibilità di cambiare, malgrado gli sforzi, il proprio destino e le proprie condizioni sociali.
“Vento di terra” racconta di famiglie schiacciate dal peso degli eventi, di giovani costretti a diventare grandi troppo presto, di un percorso attraverso la giungla del vivere quotidiano in cui non c’è spazio per il perdono, il riscatto, la redenzione e la pietà.
La macchina da presa segue con accorata distanza la “Via Crucis” senza speranza del giovane protagonista, mentre la fotografia scarna e la musicalità intensa si adattano all’essenzialità dell’autore napoletano.
Il film batte qualche colpo a vuoto e accusa alcune pause, ma dribbla abilmente i pericoli del compiacimento auto-commiserante, mettendo in scena “paesaggi” umani e sociali lancinanti e secchi come una sassata in fronte.
La periferia degradata, la caserma con i suoi soprusi, gli enigmi incomprensibili di un dopoguerra lontano e assurdo; questi Malavoglia di oggi sono disoccupati o lavoratori in nero, con la casa a rischio e la salute compromessa; gente umile ma con dei forti valori, e di poche, pochissime parole. Sono quelli vivono “senza paracadute”, che se qualcosa va male non possono sperare sull’aiuto di nessuno.
Davanti ad un mondo incomprensibile, (forse compreso anche troppo bene), davanti alla proposta di rivendicazione dei suoi diritti, di firmare una protesta contro lo stato: il viso immobile, il silenzio.
Premiato come miglior film della sezione "Orizzonti" alla 61ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (2004).
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Utente di Base (13 Commenti, 58% gradimento) Palopa Mercoledì 7 Marzo 2012 ore 13:46
voto al film:   7

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